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In libreria il libro su Ligabue “La vita non è in rima” di Giuseppe Antonelli – edizioni Laterza

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Contro i maligni che insinuano, mentendo, che Luciano Ligabue non è Benedetto Croce arriva oggi in libreria, con il nobile marchio Laterza e i tamburi del libro-evento, l’autobiografia intellettuale della generazione dei “bimbiminkia”, che è il gergo con cui i ragazzi che amano il rock “born in the Usa” chiamano i ragazzi che “certe notti la macchina è calda / e dove ti porta lo decide lei / certe notti la strada non conta / quello che conta è sentire che vai”.

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Ma non è soltanto un gioco leggere le canzoni di Ligabue come pensiero e come azione: “Ci sono canzoni che sanno chi sei molto meglio di te”. Lui dice “a me piace che la poetica sia sostanziosa” ad un professore di Linguistica, Giuseppe Antonelli, dell’università di Cassino che di sé scrive: “Da amante di Borges e di Battisti sono convinto che la citazione sia il sintomo d’amore al quale non possiamo rinunziare”. E dunque per 133 pagine sollecita Ligabue citando Hemingway e Pierangelo Bertoli, Rodotà e Finardi, Bukowski e Bennato, Calvino e Jovanotti, Carver e soprattutto Ligabue stesso: “Siamo chi siamo / siamo arrivati qui come eravamo / abbiamo parcheggiato fuori mano / si sente una canzone da lontano”. Il titolo del libro è: La vita non è in rima.
SLIDE LIBROL’intervista logico filosofica riecheggia davvero quel contributo alla critica di me stesso con il quale sor Benedetto non riusciva a riempire neppure un’aula di studiosi, mentre Ligabue, con la sua aria da scavezzacollo per mamme, riempie gli stadi e contende il secondo posto a Jovanotti nella classifica italiana del twitter (guidata da Valentino Rossi). La sua voce baritonale è tagliata per il genere ossimorico “rock sereno”, l’estremismo di centro, “adelante, Pedro, con juicio“, la passione timorata di Enrico Letta: «È stato strano sentire che nel suo discorso di insediamento ha definito l’Italia come avevo fatto io: “tutta questa bellezza senza navigatore”». Ligabue è la via italiana a un rock dove il gioco d’ala e di sfondamento dei Mick Jagger e dei Freddy Mercury, tutti all’attacco a picchiare il pallone, diventa vita da mediano, più vicino ai ruffianesimi di Jovanotti che alle tossine di Vasco Rossi, alla smodatezza di Zucchero, al “mi affogherei” dei Verdena. Più che un rock che piace alle famiglie è il rock del “tengo famiglia”: «Una volta Fernanda Pivano mi ha chiesto qual era la cosa migliore che avevo fatto nella vita, e io ho risposto: fare dei bambini. Lei mi ha preso in giro, ha detto “dammi un’altra risposta”. Ma la risposta è quella là».
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Dunque Antonelli cita le strofe: “Fuori moda, fuori posto, insomma sempre fuori da”. E Ligabue le trasforma in minima moralia: “Non seguire una moda è un atteggiamento da nerd o da sborroni? È stare fuori dal coro? Mettimi un po’ dove credi”. Il lavoro di filologia è lo stesso che Gadamer fece con Heidegger. E così sappiamo ora che è sesso senza futuro il seguente osso di seppia: “guido io in questo tango, ci facciamo posto, dai”. E chissà se la ragazza è poi rimasta contenta: “Ci sarà un souvenir /che ci porterà solo certi momenti / e sarà un bel souvenir / che ci commuoverà sino a farci contenti”.

È l’ermeneutica ad ammazzare le canzoni di Ligabue che sono invece piacevoli. E va tutta la nostra simpatia alle tante teste italiane dentro cui risuonano i suoi contagiosi musicarelli: “Non è tempo per noi / e forse non lo sarà mai”, “le anime in plexigas stanno ballando il tango / le anime in plexigas stan trasudando fango”, “il più scemo le ha prese e ha una faccia così”, “mi predigo un presente / in cui non c’è niente / se non respirare”.
ligabue si sposa - il sale della terraLigabue ha persino il tocco della grazia e dell’intelligenza quando resiste al suo tenace esegeta e gli spiega che le parole di una canzone sono pre-testi: “così mancano il tono e l’umore prodotti dal suono, dalle vibrazioni, dalla musica”; così “si banalizza”. Ma poi cede e si concede: “Tu mi dici di farlo e io lo faccio”. E sbaglia perché era meglio non sapere cheAngelo della nebbia è un tentativo alla Karl Kraus: “Avevo l’ambizione, o presunzione?, di raccontare un posto, i suoi abitanti e un interrogativo spirituale in due sole righe di testo”.

Ovviamente i fan di Ligabue hanno il diritto di sapere, anche da un libro di nobile fattura, che il loro beniamino ha sofferto “l’isolamento e lo spiazzamento da successo”, a riconoscere “l’influenza di Tondelli che ha covato dentro”, a capire perché ha girato film, ha scritto romanzi, ha preso la laurea honoris causa a Teramo, ha mandato un videomessaggio al V-day di Grillo…

Ed è interessante studiare, senza puzza sotto il naso, le vie nazionali al rock che è musica di imitazione, e dunque sarebbe ingiusto rimproverare a questi nostri artisti di cantare il già cantato e di suonare il già suonato, di non avere insomma l’identità di Modugno, Gaber, Dalla, De André, Battisti e, ancora, Conte, Guccini, Battiato, De Gregori, Capossela, Bocelli, Rafael Gaulazzi…

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È vero che si può capire Milano attraverso Gaber e anche Correggio attraverso Ligabue, spiegare il Sud con Modugno e raccontare la donna italiana che, disegnata da Crepax, prese forma con le parole di Paoli e la voce straordinaria di Ornella Vanoni. Ma c’è ormai un fuori misura che disorienta e a volte rattrista perché ci coinvolge tutti, anche i migliori di noi. C’era, per esempio, la malinconica prova della marginalità italiana, non certo nel dialogo ma in quel surreale scambio di dotti scritti politici che l’allora segretario del Pd Pierluigi Bersani intrecciò con Celentano allo stesso modo in cui Togliatti rispondeva alla prosa rude e terragna di Vittorini.

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Parafrasando Ligabue: certe scienze sociali, come certe notti, assomigliano a un vizio. Ebbene, questo libro-evento è da leggere con attenzione proprio perché parla dell’università e della cultura italiane più che di Ligabue, di quanto sia rara e tuttavia necessaria la leggerezza mozartiana nello studio della canzonetta che, come l’acqua fresca, sembra niente ma è tutto, placa l’arsura della malinconia e dell’abitudine, e se c’è nebbia fa vedere il sole, dà coraggio a chi ha paura, commuove anche il più burbero dei solitari, è il fischiettare dell’individuo ma è anche la civiltà del coro, è popolo senza populismo, è la colonna sonora della democrazia. Ecco perché la sociologia della canzonetta, senza l’ironia, la cautela e la profondità «scanzonata» di Edmondo Berselli, finisce con lo spacciare la vacuità per scienza gramsciana, rischia di diventare un grottesco esercizio da dottor Balanzone.

 

 

 

di Francesco Merlo 
Fonte :la Repubblica

 

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